Gli abusi edilizi la commerciabilità degli immobili da essi gravati

ABUSI EDILIZI

Per abuso edilizio si intende “l’attività edificatoria posta in essere senza i necessari riscontri di conformità da parte dell’Amministrazione” (CALABRESE, relazione notarile “La commerciabilità dei beni immobili alla luce del T.U. sull’Edilizia”).

Dal punto di vista normativo, le disposizioni che sanzionano gli abusi edilizi sono contenute negli artt. 31 ss del DPR 380/01, c.d. Testo Unico sull’edilizia, abbreviato TUE.

L’art. 32 TUE (norma rubricata determinazione delle variazioni essenziali) prevede, a titolo esemplificativo, alcune ipotesi di abusi edilizi:

– mutamento della destinazione del bene che implichi variazioni degli standards dell’immobile ex DM 2.04.1968 (es. difformità di dimensioni del bene);

– aumento della cubatura o della superficie di solaio rispetto al progetto approvato;

– mutamento delle caratteristiche dell’intervento edilizio assentito

– violazione delle normi vigenti in materia di edilizia antisismica.

Non tutte le variazioni che possono rinvenirsi in un immobile rispetto al suo progetto costituiscono necessariamente abuso edilizio: ai sensi dell’art. 34 bis TUE (norma rubricata tolleranze costruttive) le variazioni, ove contenute, entro il 2% delle misure previste dal titolo abitativo non sono qualificabili come abusi.

TIPOLOGIE DI ABUSI (ordinati per gravità crescente)

Pur offrendo la presente classificazione ciascun caso va valutato singolarmente potendo incidere nella valutazione dell’abuso, una pluralità di normative specifiche e/o locali.

Non rilevanti – difformità rientranti nel limite del 2% delle misure previste dal titolo abitativo (ex art. 34 bis TUE)

Minori o parziali (“abusi in parziale difformità”) – immobili realizzati in maniera differente rispetto al progetto ex art. 34 TUE.

Secondari – Quando solo una parte di un immobile abbia subito una modifica non sostanziale o un mutamento di destinazione d’uso (ex. Multis Cass. 11659/18).

Primari o totali – assenza di titolo edilizio. Rientrano in questa categoria a titolo esemplificativo: le trasformazioni del terreno in edificio oppure, nel caso di edificio esistente, nella costruzione di una parte autonoma del tutto nuova di esso (CALABRESE, relazione notarile “La commerciabilità dei beni immobili alla luce del T.U. sull’Edilizia”; CASU – Studio 4509 “la commerciabilità dei fabbricati tra Testo unico sull’edilizia e legge 47 del 1985 sul condono edilizio”).

Secondo una ricostruzione della giurisprudenza del Consiglio di Stato (Cons. Stato Sent. 1484/2017) le tipologie di abuso edilizio vengono “ordinate secondo la gravità” dello stesso, come di seguito indicato:

– Interventi in assenza di permesso o totale difformità dal titolo autorizzativo

– variazioni essenziali rispetto al titolo autorizzativo

– parziale difformità dal titolo autorizzativo

CONSEGUENZE DELL’ABUSO

Gli abusi edilizi comportano conseguenze di natura amministrativa (artt. 33 ss TUE), penale (44 – 45 TUE), civile (46 TUE) e disciplinari (art. 29, co. 3, TUE).

Destinatari di queste sanzioni sono, ai sensi dell’art. 29 TUE, il titolare del permesso a costruire, il committente ed il costruttore.

Il direttore dei lavori è responsabile qualora (venuto a conoscenza dell’abuso) non rinunzi all’incarico e non segnali l’abuso alla P.A. competente.

Il proprietario dell’immobile è sempre responsabile a meno che non provi che l’attività illecita sia avvenuta a sua insaputa o senza la sua volontà (Cass. Sent. 19225/2019).

• Conseguenze di tipo amministrativo

Gli abusi, una volta rilevati, dovranno essere rimossi: la rimozione potrà avvenire o sanando (se possibile) l’abuso oppure tramite la demolizione dello stesso.

La sanatoria consiste nel pagamento di una somma di denaro a titolo di oblazione (art. 36 TUE) e nell’eventuale ottemperanza ad alcune specifiche disposizioni dell’Amministrazione;

La demolizione consiste in una misura di carattere ablatorio volta alla rimozione da parte del vizio (artt. 31 – 34 TUE), ove la parte interessata non ottemperi procederà direttamente la P.A. ad onere del proprietario.

In caso di annullamento di un titolo in precedenza concesso il TUE dispone che, ove non sia possibile la rimozione dei vizi o la riduzione in pristino del bene, la P.A. può irrogare una sanzione pecuniaria pari al valore delle opere abusivamente eseguite (art. 38 TUE).

• Conseguenze di tipo penale

Le conseguenze di rilevanza penale indicate dall’art. 44 TUE sono:

– L’ammenda fino a 10.329 ove venga provata l’inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità esecutive nonché dei regolamenti edilizi e degli strumenti edilizi e permesso di costruire.
– L’arresto fino a due anni e ammenda da euro 5.164 a 51.645 nei casi di lavori eseguiti in totale difformità o assenza del permesso o di prosecuzione degli stessi.
– L’arresto fino a due anni e ammenda da 15.493 a 51.645 euro nel caso di lottizzazione abusiva dei terreni.

Se l’abuso è di particolare tenuità potrà essere disposta la declaratoria di non punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis cp.

Per ottenere una pronuncia di tale genere ai sensi della consolidata giurisprudenza (ex multis e tra le più recenti Cass. Penale Sent. 24396/2022) occorrerà accertare:

– consistenza dell’abuso (tipologia, dimensioni e caratteristiche);

– destinazione dell’immobile;

– incidenza sul carico urbanistico;

– contrasto con strumenti urbanistici e possibilità o meno di sanatoria;

– eventuale collegamento dell’opera abusiva con interventi preesistenti;

– assenza del titolo o grado di difformità;

– rispetto o meno di provvedimenti autoritativi emessi dalla PA competente.

Ai sensi dell’art. 45 TUE l’attività del privato volta a sanare l’abuso edilizio sospende l’esercizio dell’azione penale.

La sanatoria del permesso a costruire estingue le sanzioni di natura penale.

• Conseguenze di tipo civile

La conseguenza dal punto di vista civilistico è l’impossibilità di commerciare il bene oggetto di abuso ex art. 46 TUE (che verranno approfondite a breve).

• Conseguenze di tipo disciplinare

1) a carico del direttore dei lavori -Ai sensi dell’art. 29, co. 3, TUE qualora il direttore dei lavori non provveda a denunciare l’abuso alla PA compente sarà sanzionabile con la denuncia al proprio Ordine professionale di appartenenza, il quale, nell’applicare le singole norme deontologiche, potrà disporre anche la sospensione dall’albo professionale da tre mesi a due anni.

2) a carico del notaio – Se viene rogato un negozio inter vivos relativo ad un bene con abuso edilizio sono previste responsabilità a carico del notaio (ex art. 47 TUE) per aver ricevuto atti “espressamente proibiti dalla legge” ex art. 28 della legge notarile.

Secondo la giurisprudenza di merito qualora venga sanato il vizio decade anche in automatico la responsabilità disciplinare del notaio (C.d.A. Catania 28/03/2006).

APPROFONDIMENTO SULLA COMMERCIABILITÀ DEI BENI CON ABUSO EX ART. 46 TUE

Con il termine commerciabilità si identifica la possibilità di compiere negozi inter vivos (come, ad esempio, vendere o locare) su un determinato bene immobile (per approfondimenti sulla commerciabilità clicca qui).

L’art. 49 TUE dispone che sono nulli gli atti (redatti in forma pubblica o privata) volti al trasferimento, alla costituzione o allo scioglimento di diritti reali relativi a beni immobili edificati dopo il 17 marzo 1985 (data del c.d. “condono edilizio”) privi di permesso a costruire o permesso in sanatoria.

Discussa è la natura di tale nullità: dottrina, giurisprudenza e studi notarili si sono interrogati se la nullità abbia natura testuale (applicabile solo ai casi di immobili privi dei titoli indicati) oppure sostanziale (applicabile anche a ulteriori ipotesi come ad esempio abusi minori).

La tesi oggi dominante è che l’art. 46 TUE abbia natura testuale.

Solo i contratti conclusi tra le parti privi delle citate autorizzazioni amministrative saranno nulli. L’eventuale presentazione in un secondo momento dei predetti titoli autorizzativi può sanare il vizio rendendo valido il negozio inter vivos (Cass. 8230/2019).

A sostegno di tale tesi:

Circolare del Ministero dei lavori pubblici (relativa alla legge 47/1985) la nullità degli atti di trasferimento riguarda solo gli abusi di maggiore gravità mentre non sono soggetti a limiti gli abusi di minore gravità, per i quali persistono comunque le conseguenze di tipo amministrativo e penalistico.

Cass. Pen. 22200/2017 secondo la quale gli abusi di minore gravità non ricadono nel divieto ex art. 46 TUE (di conseguenza secondo tale pronuncia non si applicano per tali tipologie di abusi le sanzioni disciplinari a carico del notaio ex art. 47 TUE e 28 della legge notarile).

Cass. Sez. Unite 8230/2019 che dispongono come sono nulli solo i contratti volti a trasferire immobili in assenza di un permesso a costruire o in sanatoria; ove vi sia “titolo urbanistico, reale e riferibile all’immobile, il contratto è valido a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo menzionato”.

Di diverso avviso un orientamento della giurisprudenza di legittimità che ha inciso “profondamente nella prassi notarile” e per essere poi ripreso in ulteriori pronunce (AMANTE, “Le sezioni Unite compongono il contrato sulla nullità formale o sostanziale dell’art. 46 DPR 380/2001”).
Secondo tale indirizzo della Cassazione (Cass. 23591/2013) la nullità ex art. 46 TUE “degli atti di trasferimento di immobili non in regola con la normativa urbanistica” è di carattere sostanziale [quindi si estende oltre i casi indicati dalla norma – es. anche nei confronti degli abusi minori].

ART. 46 TUE E NULLITÀ ANCHE DEL CONTRATTO PRELIMINARE DI UN BENE CON ABUSO?

La nullità ex art. 46 TUE non si estende al contratto preliminare.

La norma citata si applica per sua espressa previsione solamente ai contratti con “effetti reali” (atti che dispongono il trasferimento di un bene o di un diritto reale) e non in relazione ai negozi con “effetti obbligatori” (ove sorgono obblighi a carico delle parti).

Essendo il contratto preliminare un contratto ad effetto obbligatorio si ritiene che la nullità ex art. 46 TUE non ricada sopra tali contratti.

Tale tesi, condivisa dalla maggioritaria dottrina e nella giurisprudenza, riflette la natura testuale della nullità ex art. 46 TUE.

di: Avv. Carlo Rocchi – fondatore di Rocchi & Avvocati

L’art. 2- terdecies del c.d. codice della privacy & l’eredità digitale (analisi dell’ordinanza del Trib. di Roma 10.02.2022)

PREMESSA

Una pronuncia di una Corte di merito (Trib. Roma, Sez. VIII civile, ordinanza del 10.02.2022) affronta nuovamente il tema dell’eredità digitale in Italia. (Per approfondimenti sull’eredità digitale clicca qua).

La presente pronuncia è dal contenuto simile alla “storica” (in quanto primo caso di eredità digitale in Italia) ordinanza cautelare del Trib. di Milano (r.g. 44578/20 – già oggetto di commento al link sopra indicato): in entrambi casi, infatti, i ricorrenti agivano al fine di ottenere i dati digitali di un loro parente defunto conservati su un sistema telematico di archiviazione Apple (c.d. iCloud).

PARTE FATTUALE

L’Autorità giudicante romana veniva adita al fine di consentire alla ricorrente (vedova che agiva al fine di mantenere vivo il ricordo del marito) la possibilità di accedere ai contenuti digitali (quali foto, video e messaggi), conservati su un account iCloud, di un loro parente deceduto.

Il predetto ricorso veniva sollevato in via d’urgenza in quanto rilevava la parte ricorrente che l’inattività prolungata di un account iCloud, superiore a 6 mesi, comporta la cancellazione dello stesso.
Le ragioni che giustificavano la predetta richiesta del de cuius si basavano su motivi di caratterefamiliare meritevoli di tutela” ex art. 2-terdecies del Dlgs 196/2003 (c.d. codice della privacy – articolo introdotto dal Dlgs 101/2018).

La controparte, Apple Distribution International Limited, si opponeva alla richiesta della parte ricorrente evidenziando:
l’impossibilità di consentire a terzi (non espressamente autorizzati dall’utilizzatore dell’account – es. “account erede”) la possibilità di accedere ai dati archiviati su iCloud (pena la violazione delle condizioni contrattuali che regolavano il rapporto con il cliente Apple);
–  di aver introdotto tramite specifico aggiornamento “IOS” la possibilità di designare un “account erede” (facoltà non esercitata dal defunto);
– che l’esistenza di ragioni familiari meritevoli di protezione devono essere ravvisate in concreto dal giudice.

LA DECISIONE DEL TRIB. DI ROMA

Il giudice di Roma partendo dalla lettura del contenuto dell’art. 2-terdecies del codice della privacy osservava che:

1) la predetta norma (co. 1) consente a determinati soggetti quali:
– coloro che hanno un interesse proprio;
– coloro che agiscano come mandatari dell’interessato;
– gli eredi che agiscono per ragioni familiari meritevoli di protezione;
 di esercitare in via eccezionale (in quanto il suo considerando n. 27 esclude l’applicabilità del regolamento in materia successoria) le facoltà previste dagli artt. 15-22 del reg. 2016/679/U.E. (c.d. GDPR).

In via del tutto esclusiva il primo comma della norma consente ai soggetti indicati di esercitare: l’accesso ai dati personali (art. 15), la rettifica (art. 16) la cancellazione o “oblio” (art. 17), la limitazione dei trattamenti (art. 18), il diritto ad essere informato in caso di rettifica, cancellazione o limitazione di un trattamento (art. 19), il diritto alla portabilità dei dati (art. 20) e il diritto di opposizione (art. 21).

2) La norma preclude la possibilità di esercitare le predette attività (co. 2):
– quando tale esercizio non è ammesso dalla legge;
– quando l’interessato lo ha (prima di morire) espressamente vietato mediante una dichiarazione scritta o comunicazione orale.

3) La volontà del defunto (co. 3) di vietare di esercitare tali facoltà in relazione ai propri dati digitali deve apparire in modo non equivoco ed essere:
specifica (non volere che quei “documenti” vengano trasferiti);
libera (non viziata da errore, violenza o dolo);
informata (il defunto deve essere stato stato informato di come verranno trasferiti i suoi beni).

4) Il divieto (co. 5) di trasferire i predetti dati non deve comportare pregiudizi ai terzi.

Sulla base di quanto disposto dalla predetta norma, il Trib. di Roma aveva rilevato che la parte ricorrente agiva sulla base di un motivo) che la legittimava all’esercizio della richiesta di acquisire i dati del defunto.
Tale motivo consisteva in esigenze di “ragione familiari meritevoli di protezione” (ex art. 2-terdecies comma 1) sussistenti in quanto la ricorrente agiva al fine di “recuperare foto e filmati di famiglia destinati a rafforzare la memoria del tempo vissuto insieme ed a conservare tali immagini a beneficio delle figlie in tenera età”.

Le predette esigenze erano state ritenute prevalenti dal giudice adito sulle c.d. condizioni generali del contratto (art. 1341 c.c.) seppure quest’ultime fossero state accettate dal defunto. Tali clausole prevedevano la non trasferibilità a terzi del contenuto dell’account iCloud e che l’account stesso, con tutti suoi i dati ivi contenuti, si estinguesse con la morte del titolare.

Disponeva il giudicante che le condizioni generali del contratto, in difetto di una specifica approvazione delle clausole poste unilateralmente da Apple, non potevano dirsi sufficienti ad escludere il perseguimento del fine affettivo (e riconosciuto, seppure indirettamente, anche dall’ art. 2 Cost.) della ricorrente.

Pur non espressamente analizzato dal giudice romano è tuttavia evidente che: secondo quanto disposto dal secondo comma dell’art. 1341 c.c. le condizioni generali del contratto devono essere specificamente approvate per iscritto; l’accettazione generica, es. mediante selezione della voce “accetta” alle fine di chilometriche (e che spesso non vengono lette causa la lunghezza dall’utente comune) clausole non può limitare l’esigenza di tutelare la famiglia.

Sulla base di tali argomentazioni il giudice ordinava ad Apple di prestare assistenza alla ricorrente per il recupero dei dati digitali del defunto contenuti sull’account iCloud.

La predetta ordinanza, appare rilevante per il prezioso commento effettuato sull’art. 2-terdecies del codice della privacy.

L’Autorità giudicante ha infatti evidenziato come la disposizione del codice della privacy consente la diffusione dei dati digitali agli eredi del defunto (co. 1) e precisa i casi e le modalità che escludono tale diffusione (co. 2 e 3).

In sostanza la presente ordinanza ci spiega che l’autodeterminazione del soggetto o le esigenze familiari/affettive o lavorative (es. nel caso di un mandato) devono prevalere sui vincoli contrattuali (accettati) con il gestore del servizio.

Tuttavia, l’ordinanza del giudice di Roma pone, indirettamente, l’attenzione anche su un problema già sollevato dagli studiosi in tema di eredità digitale:
il nostro legislatore non ha preso ancora posizione sull’eredità digitale; permangono quindi i dubbi circa come avvenga tale trasferimento mortis causa:
trattasi di una successione ereditaria (artt. 587 – 623 c.c.)?
di un legato (artt. 624 – 632 c.c.)?
altro (“una legittimazione iure proprio”)?

Tali risposte non possono essere ricavate dal codice civile, opera del 1942 e quindi assai lontana, anche solo dall’immaginare, problemi di matrice informatica.

Di:
Avv. Lorenzo Marranci– Avvocato presso Rocchi&Avvocati 

Eredità Digitale

[English version below]

Premessa

Ultimamente molte società informatiche – tra le più note, Facebook (oggi Meta) e Apple – stanno introducendo la possibilità di designare un erede digitale, ossia quel soggetto che può avere accesso ai dati digitali del defunto.

Ma chi è l’erede digitale? Quali sono i suoi diritti e obblighi?

Proponiamo alcuni spunti di riflessione cercando di individuare gli aspetti di maggior rilevo dal punto di vista giuridico.

La rivoluzione digitale degli ultimi due decenni crea nuovi limiti alla normativa vigente (la base del nostro Codice civile è del 1942).   Lo stesso termine “digitale” non ha nella vigente normativa codicistica espresse definizioni o previsioni. 

Si è tuttavia consolidato un concetto abbastanza univoco di eredità digitale: la successione (n.d.r. trasferimento della disponibilità e titolarità da un soggetto giuridico ad una altro) dei propri dati digitali raccolti in vita (foto di belle giornate, password o contenuti di atti e documenti) ad un erede.

Il prevedere e definire la figura dell’“erede digitale” diviene dunque necessaria da un lato per proteggere il nostro patrimonio digitale (cioè tutti i dati raccolti durante la nostra vita), dall’altro per evitare che terzi possano accaparrarsi tali dati per fini lucrativi

A conferma di ciò si pensi che “the Economist” ha definito i dati digitali come! il “petrolio del nuovo millennio!” 

L’argomento interessa dunque una platea molto vasta e globale. 

Una regolamentazione espressa è stata offerta solo da alcuni stati USA.  Nella U.E. non potremo applicare il GDPR (n.d.r. Regolamento sulla privacy attualmente in vigore in ciascuno degli Stati membri), atto espressamente rivolto alla protezione dei dati digitali in cui non è prevista l’applicazione alla materia successoria. 

Auspicabile e prevedibile in questo senso un intervento del legislatore Comunitario in modifica al vigente regolamento UE o all’introduzione di una nuova norma ad hoc.

Nella normativa italiana rintracciamo alcuni disposti normativi che ci possono aiutare a individuare la disciplina applicabile.

L’art. 2 terdecies del codice della privacy che precisa come i dati della persona defunta possono essere acquisiti da un erede o un familiare purché il defunto non abbia espressamente vietato la loro trasmissione a quei successori.
La norma ci dà dunque una prima certezza: il “dato digitale” sopravvive alla morte.

L’erede potrà accedere al patrimonio digitale del defunto per ottenerlo, e fare così proprie le “ricchezze digitali” relative al defunto oppure semplicemente cancellarle. 

Il ragionamento che più convince i redattori del presente testo è però basato sulla detenzione qualificata del dato digitale da parte del “custode digitale”.

All’atto dell’accettazione di un software dello smart phone, o del nostro personal computer, o al deposito in “cloud” dei nostri dati, stipuliamo infatti a tutti gli effetti di legge un contratto (artt. 1321 e ss. c.c..) nel quale – a determinate condizioni e spesso previa corresponsione di somme di denaro – compriamo uno spazio di memoria in “server” gestiti da soggetti giuridici, i quali divengono detentori qualificati (art. 1140 secondo comma c.c..) e custodi (Artt. 1766 c.c.. e ss.) dei dati che noi gli affidiamo.

Il custode presso il quale depositiamo il nostro dato digitale ha l’obbligo di “non servirsi della cosa depositata e di non darla in deposito ad altri senza il consenso del depositante” (Art. 1770 c.c.), nonché l’obbligo di restituirla “al depositante o alla persona indicata per riceverla” (Art.1777 c.c.).

L’erede legittimario o testamentario, in mancanza di diversa disposizione espressa e formale del titolare del diritto, potrà dunque liberamente invocare l’accesso ai dati digitali.

In ambito successorio la determinazione del valore dei dati digitali avrà poi fondamentale importanza: la maggiore parte dei contenziosi si fonda infatti su pretese lesioni di legittima e/o atti in violazione di essa, quali ad esempio i legati.

La soluzione sarà probabilmente affidata ed esperti stimatori del settore (così ad es. periti industriali per formule e tecniche di produzioni, esperti d’arte per le opere d’arte digitali, ecc.)

In via analogica possiamo inoltre prevedere l’applicazione di alcuni istituti previsti dal codice civile:

  • testamento: è necessario però che la nomina dell’erede digitale avvenga con un atto avente forma scritta e quanto meno firmato dal testatore
  • mandato post mortem: stessi obblighi formali necessari per il testamento con l’ulteriore limite che non verrebbero trasferiti anche i diritti relativi alla cosa digitale oggetto di successione: così se ad esempio trasferissi una password tramite un mandato, il mio successore non potrebbe però fare proprio il materiale protetto, che per assurdo resterebbe esterno al detentore della password.
  • Legato: strumento che consente la trasmissione di uno o più dati digitali (legato cosa specifica). Al contrario del mandato, il legatario, cioè colui che riceve il legato può fare propri anche i diritti relativi alla cosa oggetto di successione (cioè il materiale protetto da una password data in legato).

È inoltre fondamentale comprendere se il detentore qualificato e custode ha diritto, ove non rivendicati di disporre ed utilizzare i dati digitali del defunto. Il principio della certezza del diritto e della libera circolazione dei beni, che ispira tutti gli ordinamenti più avanzati, suggerisce che, in mancanza di una idonea rivendica da parte di legittimati o aventi titolo, trascorso un determinato lasso di tempo (effetti decadenziali del diritto) il detentore qualificato – custode sarà libero di disporre dei dati (anche distruggendoli). 

Per ulteriori approfondimenti sull’argomento Apple e eredità digitale leggi qui

di:
Avv. Carlo Rocchi – fondatore dello studio legale Rocchi & Avvocati
Avv. Lorenzo Marranci – Avvocato presso Rocchi & Avvocati

ENGLISH VERSION

Digital Heritage

Premise

Many IT companies – among the best known, Facebook (now Meta) and Apple – are introducing the possibility of designating a digital heir, that is, the person who can have access to the digital data of the deceased.

But who is the digital heir? What are your rights and obligations?

We propose some reflection, trying to identify the most relevant aspects from a legal point of view.

The digital revolution of the last two decades creates new limits to the current legislation (the basis of our Civil Code is from 1942). The term “digital” itself does not have any definitions or forecasts in the current code of law.

However, a fairly unique concept of digital inheritance has been consolidated: the succession (ed. Transfer of the availability and ownership from one legal entity to another) of one’s own digital data collected in life (photos of beautiful days, passwords or contents of deeds and documents) to an heir.

Predicting and defining the figure of the “digital heir” therefore becomes necessary on the one hand to protect our digital heritage (ie all the data collected during our life), and on the other hand to prevent third parties from grabbing such data for lucrative purposes .

To confirm this, think that “the Economist” defined digital data as! the “oil of the new millennium!”

The topic therefore affects a very large and global audience.

Express regulation has only been offered by some US states. In the E.U. we will not be able to apply the GDPR (n.d.r. Privacy Regulation currently in force in each of the Member States), an act expressly aimed at the protection of digital data in which application to inheritance matters is not envisaged.

In this sense, an intervention by the Community legislator to amend the current EU regulation or the introduction of a new ad hoc rule is desirable and foreseeable.

In the Italian legislation we find some regulatory provisions that can help us identify the applicable discipline.

Art. 2 terdecies of the privacy code which specifies how the data of the deceased person can be acquired by an heir or a family member provided that the deceased has not expressly forbidden their transmission to those successors. The standard therefore gives us a first certainty: the “digital data” survives death.

The heir will be able to access the digital assets of the deceased to obtain it, and thus make their own the “digital riches” relating to the deceased or simply delete them.

The reasoning that most convinces the editors of this text is however based on the qualified possession of the digital data by the “digital custodian”.

Upon acceptance of a smart phone software, or of our personal computer, or the storage of our data in the “cloud”, we stipulate a contract for all legal purposes (articles 1321 et seq. Cc.) in which – under certain conditions and often after payment of sums of money – we buy a memory space in “servers” managed by legal entities, which become qualified holders (Article 1140 second paragraph of the Italian Civil Code) and custodians (Articles 1766 of the Italian Civil Code. . et seq.) of the data that we entrust to them.

The custodian with whom we deposit our digital data has the obligation “not to use the thing deposited and not to give it on deposit to others without the consent of the depositor” (Art. 1770 cc), as well as the obligation to return it “to depositor or the person indicated to receive it“(Article 1777 of the Italian Civil Code).

The legitimate or testamentary heir, in the absence of a different express and formal provision of the right holder, can therefore freely invoke access to digital data.

In the context of inheritance, the determination of the value of digital data will then be of fundamental importance: most of the disputes are in fact based on legitimate injuries and / or acts in violation of it, such as “legati“.

The solution will probably be entrusted and expert estimators of the sector (such as industrial experts for formulas and production techniques, art experts for digital works of art, etc.)

By analogy, we can also provide for the application of some institutes provided for by the civil code:

 “will”: however, the appointment of the digital heir must be done with an act in writing and at least signed by the testator

“post mortem mandate”: same formal obligations necessary for the will with the further limitation that the rights relating to the digital thing subject to inheritance would not be transferred: so if, for example, I transferred a password through a mandate, my successor would not be able to do his own the protected material, which absurdly would remain external to the password holder.

“Legato”: tool that allows the transmission of one or more digital data (linked to a specific thing). Contrary to the mandate, the legatee, that is, the recipient of the legacy, can also make the rights relating to the thing object of succession his own (i.e. the material protected by a password given in the legacy).

It is also essential to understand whether the qualified holder and custodian has the right, if not claimed, to have and use the digital data of the deceased. The principle of legal certainty and the free circulation of goods, which inspires all the most advanced systems, suggests that, in the absence of a suitable claim by legitimate or entitled persons, a certain period of time has elapsed (decadential effects of the law) the qualified holder – custodian will be free to dispose of the data (even destroying them).

For further information on Apple and digital legacy click here

of:
Avv. Carlo Rocchi – founder of Rocchi & Avvocati Lawyer
Avv. Lorenzo Marranci –
lawyer at Rocchi & Avvocati

Il Metaverso

PREMESSA
Dalla fine del 2021 tutti stanno iniziando a parlare assiduamente del tema del Metaverso.
Tuttavia, la prima domanda che sorge spontanea è cos’è il Metaverso? Immaginate un modo virtuale dove chiunque può facilmente accedervi, dove poter viaggiare dove si vuole e fare ogni genere di attività da quelle lavorative a quelle ludiche: questo è il Metaverso.

Il primo “ideatore” del Metaverso fu Neal Stephenson nel suo libro, di fantascienza, Snow Crash. Il Metaverso tuttavia nell’immaginario fantascientifico è sempre stato visto in maniera negativa, come una sorta di prigione per gli esseri umani (es. il cult movie Matrix dove gli esseri umani credono di vivere una vita reale ma sono invece dormienti, in una sorta di Metaverso, chiamato Matrix, ed utilizzati come energia per le macchine).

Oggi invece il Metaverso non è sinonimo di un futuro dispotico o cyberpunk ma è una reale e concreta opportunità di business per gli investitori ambiziosi che vorranno rendersi pionieri in un mondo nuovo.
Il nuovo mondo, del tutto inesplorato e da conquistare è sicuramente Meta: la nuova creazione del gruppo Facebook.

Meta infatti promette di essere l’evoluzione del classico social perché permetterà di entrare in
contatto con gente di tutto il mondo in maniera interattiva e 3D.

IL DIRITTO DI META
Portandosi all’esplorazione di un mondo nuovo (ancora inesistente alla data di febbraio 2022) la prima sensazione che invade gli scriventi è quella di essere di fronte ad una nuova sfida che nessuno ha ancora mai affrontato. Infatti, la creazione di Meta appare infatti come un possibile evento epocale dell’era digitale, un po’ come fu per le esplorazioni spaziali il 1969 quando il primo uomo mise il piede sulla superficie lunare.

Facendoci “esploratori giuridici” di questo mondo proponiamo le nostre impressioni su quale potrà essere il diritto di questo nuovo mondo.
Le opzioni ragionevolmente ipotizzabili paiono essenzialmente due:
• verrà creato un diritto specifico del Metaverso (forse dallo stesso Zukemberg, proprietario di Meta) che potrebbe operare in Meta, dei meta-giudici che lavoreranno in meta-tribunali in cause discusse da meta-avvocati.
• oppure potranno operare, nel meta-mondo, le “leggi” vigenti nel mondo reale.

La prima ipotesi è sicuramente la più affascinante e visionaria, ma non per questo da sottovalutare, dato che, come scriveva Isaac Asimov, “magari oggi potremo parlare di fantascienza ma un domani di scienza”.

Tuttavia, questa via porterebbe a discorsi troppo astratti oggi, quindi chi scrive, preferisce focalizzarsi sulla seconda.
Quindi, quali ricadute potrà comportare un meta-danno, cioè una qualsiasi situazione negativa avvenuta nel Metaverso, ad un cittadino italiano. Quello che segue è quanto ad oggi appare normato.

DAL PUNTO DI VISTA PENALE: le tipologie di reati realizzabili nel Metaverso potranno essere pochi in quanto sicuramente il sistema impedirà di realizzare determinati comportamenti come ferire o uccidere altri meta-utenti.

Le forme di meta-reati potranno essere quelli a sfondo diffamatorio e, se è vero che vi saranno forti interessi economici, quelle avverso i meta-assets, con rilevanza economica reale.
In ordine alle diffamazioni, la legge italiana sanzione duramente le forme di diffamazione che possono essere puniti anche con la reclusione fino a tre anni.
Sempre dal punto di vista penale, il giudice competente per reati realizzati nel meta-mondo da cittadini italiani (o residenti in Italia) sarà quello del luogo in cui l’autore dell’offesa risiede.

DAL PUNTO DI VISTA CIVILE: molteplici potranno essere i risvolti civilistici. Potremo passare dal mancato pagamento di una vendita (come nel caso che “X” venda a “Y” le sua meta-scarpe alla moda nel Metaverso e non riceva nulla in cambio) al risarcimenti di danni (come incidenti tra meta-auto nel Metaverso).

In questo caso, dato che Meta consentirà di entrare in relazione con persone viventi in tutto il mondo, sarà necessario prevedere regole comuni: queste, nel mondo reale esistono già e sono quelle indicati da apposite norme previste dal diritto dell’U.E. e dal diritto internazionale, come il reg. Bruxelles I bis e la convenzione di Bruxelles sulla competenza giurisdizionale e i regolamenti di Roma sulla legge applicabile.

Il tema è molto complesso e necessita di numerose e più approfondite riflessioni. Se il lettore è rimasto incuriosito da questa breve premessa si rinvia a maggiori approfondimenti sul tema del Metaverso ai seguenti link:
per l’approfondimento in italiano clicca qui
for more in english language click here
for the slides of Rocchi & Avvocati’s guest lecture @ESE on 09/02/2022 click here
di:
Avv. Carlo Rocchi – Fondatore dello studio Rocchi & Avvocati
Avv. Lorenzo Marranci – Avvocato presso Rocchi & Avvocati